fisioterapista sportivo

Diventare fisioterapista sportivo in Italia richiede innanzitutto il conseguimento della laurea in Fisioterapia e l’iscrizione all’Albo professionale. Pur non esistendo normative nazionali che impongano percorsi post-laurea obbligatori per operare nello sport, è fortemente consigliato specializzarsi con una formazione sport-specifica dato l’elevato numero di infortuni da gestire in ambito atletico. Ciò significa partecipare a corsi di formazione ECM orientati allo sport o conseguire un master universitario in fisioterapia sportiva, in modo da acquisire competenze mirate alla prevenzione, trattamento e riabilitazione degli infortuni negli atleti.

Le Competenze IFSPT del Fisioterapista Sportivo 

A livello internazionale, la figura del fisioterapista sportivo è definita dall’IFSPT (International Federation of Sports Physical Therapy) attraverso le Core Competencies delineate nel progetto “Sports Physiotherapy for All” del 2005. L’IFSPT ha identificato 11 competenze fondamentali che un fisioterapista dello sport deve possedere per garantire una pratica di eccellenza e un riconoscimento internazionale. Queste 11 competenze core comprendono tutto il ventaglio di abilità necessarie, dalla prevenzione alla gestione post-riabilitativa: 

  1. Prevenzione degli infortuni – saper valutare e ridurre i rischi di infortunio per gli atleti.
  2. Intervento in acuto – capacità di gestire efficacemente il primo intervento sul campo in caso di trauma o emergenza durante l’attività sportiva.
  3. Riabilitazione – competenze nella pianificazione e attuazione di percorsi riabilitativi completi per il recupero funzionale dell’atleta.
  4. Miglioramento della performance – abilità nel contribuire a potenziare la performance atletica attraverso interventi fisioterapici mirati.
  5. Promozione di uno stile di vita attivo e sano – educazione dell’atleta (e della popolazione) a stili di vita salutari per migliorare la salute e prevenire infortuni.
  6. Formazione professionale continua – impegno nell’aggiornamento costante delle proprie conoscenze e competenze (life-long learning) e nella formazione di altri operatori.
  7. Professionalità e management – capacità gestionali, etiche e manageriali nel coordinare il proprio lavoro e integrarsi in uno staff multidisciplinare.
  8. Coinvolgimento nella ricerca – partecipazione ad attività di ricerca scientifica e aggiornamento dell’evidenza per migliorare la pratica clinica.
  9. Diffusione delle best practice – condivisione delle migliori pratiche e conoscenze con la comunità professionale, contribuendo all’avanzamento della fisioterapia sportiva.
  10. Estensione della pratica con l’innovazione – utilizzo di nuovi strumenti, tecnologie e metodologie innovative per migliorare la pratica clinica e i risultati per gli atleti.
  11. .Promozione del fair play e pratiche anti-doping – impegno nel favorire l’etica sportiva, il gioco leale e la conoscenza delle normative anti-doping.

Queste competenze, una volta acquisite e validate, permettono al fisioterapista di ottenere un riconoscimento ufficiale a livello internazionale. In particolare, il titolo di Registered International Sports Physical Therapist (RISPT) viene conferito ai professionisti che dimostrano padronanza di tutte le 11 competenze. In Italia, il corrispettivo di tale titolo è la Certificazione “Italian SPT – accredited level”, di cui parleremo nel dettaglio nella sezione seguente.

La Certificazione ITA SPT (Italian Sports Physical Therapist) 

La Certificazione ITA SPT è il riconoscimento professionale rilasciato dal GIS Sport AIFI (Gruppo di Interesse Specialistico in Fisioterapia Sportiva dell’Associazione Italiana Fisioterapia) che attesta il possesso delle competenze specifiche del fisioterapista sportivo secondo gli standard IFSPT. In altre parole, è la “patente” ufficiale del fisioterapista sportivo in Italia. Vediamo i punti chiave di questa certificazione. 

Definizione e validità internazionale 

Ufficialmente, l’ITA SPT è una certificazione nazionale che, una volta ottenuta, consente anche di iscriversi al registro internazionale RISPT gestito dall’IFSPT. La certificazione viene rilasciata dal GIS Sport AIFI al termine di un percorso di valutazione nel quale il candidato deve dimostrare, tramite un portfolio di evidenze, di aver acquisito tutte le 11 competenze sopra elencate. Una commissione valutatrice qualificata (composta da 5 membri italiani e 3 membri internazionali) esamina il portfolio e verifica il raggiungimento degli standard richiesti in ciascuna area di competenza. L’intero processo avviene online su una piattaforma dedicata e culmina, in caso di esito positivo, con il rilascio del certificato ITA SPT. 

Questa certificazione rappresenta un marchio di eccellenza: attesta che il fisioterapista è in grado di operare ai massimi livelli nello sport, con riconoscimento sia in ambito italiano che internazionale. Infatti, l’ITA SPT è attualmente ottenibile solo in una dozzina di Paesi al mondo ed è approvata direttamente dall’IFSPT. Il possesso di tale titolo, in prospettiva, potrà facilitare la mobilità lavorativa nell’UE e l’accesso a ruoli presso team e federazioni sportive dove il requisito di una certificazione specialistica è sempre più valorizzato. 

Chi può richiederla: requisiti di ammissione 

Per poter accedere al percorso di certificazione ITA SPT, è necessario prima di tutto essere socio ordinario AIFI (Associazione Italiana di Fisioterapia) ed essere iscritti come membri del GIS Sport AIFI. In pratica i requisiti sono: 

  • Iscrizione AIFI: possono associarsi come soci ordinari tutti i fisioterapisti regolarmente iscritti all’Albo (anche neolaureati). La quota associativa è di 70 € annui e l’iscrizione vale fino al 31 dicembre dell’anno solare. L’iscrizione ad AIFI offre, oltre all’accesso ai GIS, vari vantaggi come formazione continua, riviste scientifiche, eventi, ecc. 
  • Iscrizione al GIS Sport: per diventare socio ordinario del GIS Sport (cioè membro effettivo del gruppo specialistico in fisioterapia sportiva) bisogna dimostrare esperienza o formazione specifica. I criteri attuali richiedono il conseguimento di un Master in fisioterapia sportiva (in Italia o all’estero) e/o almeno 2 anni di pratica clinica documentata come fisioterapista sportivo. Questi requisiti assicurano che chi entra nel GIS Sport abbia già una base solida nel settore. Sono previste anche categorie di socio sostenitore (per chi vuole aderire senza requisiti) e socio studente (per studenti di fisioterapia interessati allo sport), ma solo i soci ordinari GIS Sport possono poi ambire alla certificazione ITA SPT. 

Importante: L’iscrizione ad AIFI e al GIS Sport è propedeutica – solo i fisioterapisti membri di entrambe le organizzazioni possono infatti avviare il percorso di certificazione. Per informazioni e tesseramenti, è possibile consultare il sito AIFI (sezione Tesseramento) o contattare direttamente il GIS Sport (es. all’email dedicata certificazioneitaspt@aifi.net). 

Come ottenere la certificazione: il processo

Una volta soddisfatti i requisiti di appartenenza ad AIFI/GIS Sport, il fisioterapista può avviare il processo di certificazione ITA SPT. In sintesi, il percorso prevede i seguenti step: 

  • Portfolio delle competenze: il candidato deve caricare sulla piattaforma online dedicata una serie di evidenze (casi clinici trattati, attestati di corsi seguiti, pubblicazioni, project work, ecc.) che dimostrino in modo concreto le sue competenze in ognuna delle 11 aree IFSPT. Ad esempio, per la competenza “Intervento in acuto” potrebbe documentare esperienze di pronto intervento in campo sportivo; per “Ricerca” eventuali studi o rassegne prodotte, e così via. 
  • Valutazione della commissione: una commissione di esperti valuta il portfolio. La commissione è composta da 5 membri italiani del GIS Sport più 3 membri internazionali indicati dall’IFSPT, proprio per garantire imparzialità e standard globali. La valutazione avviene a distanza. Se il portfolio risulta incompleto o carente in qualche area, al candidato possono essere richieste integrazioni o approfondimenti prima di procedere. 
  • Esito e certificazione: se tutte le competenze risultano acquisite e validate, la commissione approva la candidatura. A questo punto viene rilasciato il Certificato Italian Sports Physical Therapist (ITA SPT). Il fisioterapista certificato viene inserito nell’elenco ufficiale degli Italian SPT e contestualmente ha diritto a richiedere l’iscrizione come RISPT (Registered International Sports PT) presso la federazione internazionale. Questo doppio riconoscimento (nazionale + internazionale) costituisce un titolo di merito che può essere speso professionalmente presso club, federazioni e organizzazioni sportive.

L’intero iter può essere completato online, consentendo ai candidati di tutta Italia di partecipare. Il processo è stato progettato per essere rigoroso ma accessibile, puntando a innalzare il livello medio dei professionisti che operano nello sport. 

Percorsi Formativi Consigliati 

Per raggiungere le competenze necessarie e prepararsi alla certificazione ITA SPT, è fondamentale investire nella formazione specialistica in fisioterapia sportiva. In Italia esistono principalmente due tipologie di percorsi formativi avanzati in questo ambito: 

  • Master universitari di I livello in fisioterapia applicata allo sport (della durata di 1-2 anni). 
  • Corsi di formazione certificati privati, spesso sotto forma di percorsi modulari ECM, specificamente allineati alle competenze IFSPT.

Sports Physical Therapy Certification (corso certificativo)

fisioterapista sportivo

In aggiunta ai master universitari, esistono percorsi alternativi o complementari organizzati da enti di formazione privati. Tra questi, merita menzione lo Sports Physical Therapy Certification di PhisioVit, un corso intensivo di alta specializzazione offerto in Italia in collaborazione con il GIS Sport AIFI. Questo percorso formativo è strutturato in sei moduli per un totale di 22 giornate in presenza (non consecutive) oltre a moduli online, ed è tenuto da un panel di docenti internazionali di primo livello. L’ampio corpo docente include infatti fisioterapisti di squadre sportive di vertice (campionati europei, selezioni olimpiche), medici dello sport e preparatori atletici, garantendo una ricchezza di expertise clinica sul campo.

L’intero programma dello Sports PT Certification è stato sviluppato per aderire fedelmente alle 11 Core Competencies IFSPT. Ogni modulo formativo copre aspetti specifici (dalla prevenzione degli infortuni, alla riabilitazione per distretto anatomico, al performance training, etc.), così che completando tutti i moduli il partecipante avrà toccato tutte le aree di competenza richieste. L’obiettivo dichiarato del corso, infatti, è quello di fornire le competenze utili alla registrazione come ITA-SPT tramite il GIS Sport AIFI. In pratica, seguire con successo questo percorso facilita enormemente la preparazione del portfolio per la certificazione, poiché il corsista acquisisce conoscenze e abilità in linea con ciascuna delle competenze core. 

Dal punto di vista didattico, il corso alterna sessioni teoriche (con presentazione di evidenze scientifiche aggiornate in ambito medicina dello sport e riabilitazione) e soprattutto molte sessioni pratiche in palestra o sul campo.

I partecipanti sono coinvolti attivamente in esercitazioni su valutazione funzionale, tecniche di trattamento, simulazioni di situazioni tipiche del fisioterapista sportivo (come decisioni da prendere in pochi secondi durante una partita, gestione di infortuni in collaborazione con lo staff medico, ecc.). Particolare enfasi è posta sul ragionamento clinico e sulle capacità decisionali rapide in acuto, nonché sulla gestione di setting complessi con molteplici stakeholder (allenatori, dirigenti, agenti, familiari dell’atleta, medici sociali, ecc.), che riflettono la realtà operativa di un fisioterapista inserito in un team sportivo. Tutto ciò rende l’esperienza formativa molto vicina alle sfide della pratica quotidiana con atleti di alto livello. 

Il programma prevede anche l’introduzione alle più moderne tecnologie e metodiche di performance rehabilitation, sessioni su prevenzione avanzata e return-to-sport, elementi di nutrizione e psicologia sportiva, e altri argomenti di frontiera nell’ambito. Al termine di ogni modulo vengono forniti ai partecipanti materiali didattici digitali (slide, articoli scientifici recenti, booklet di esercizi, ecc.) per consolidare l’apprendimento. 

In sintesi, lo Sports Physical Therapy Certification – promosso da PhisioVit in partnership con GIS Sport – è un percorso ideale per chi vuole ottenere una certificazione pratica delle proprie competenze sportive. Il completamento con successo del corso permette di accedere all’esame finale per la certificazione ITA SPT con ottime credenziali, e di arricchire il proprio curriculum con un titolo rilasciato da un ente riconosciuto. È un investimento formativo significativo (sia in termini di tempo che di costi), ma altamente spendibile: molti fisioterapisti sportivi accreditati provengono da questo tipo di percorso, che di fatto rappresenta un fast-track verso la specializzazione riconosciuta. 

Competenze Pratiche Richieste al Fisioterapista Sportivo 

Al di là dei titoli e delle certificazioni, cosa significa essere un fisioterapista sportivo competente nella pratica clinica quotidiana? Significa anzitutto saper coniugare le conoscenze teoriche con una profonda comprensione del contesto sportivo specifico in cui ci si muove. Ecco alcune delle capacità chiave richieste: 

  • Conoscenza dello sport praticato dall’atleta: Il fisioterapista deve conoscere a fondo la disciplina sportiva del proprio assistito, incluse le gestualità tecniche tipiche e le esigenze biomeccaniche specifiche. Ad esempio, seguire un calciatore richiede familiarità con i gesti atletici del calcio (tiro, salto, cambio di direzione) e con i tipi di infortuni più frequenti in quel contesto, mentre lavorare con un nuotatore implica altre competenze specifiche. Comprendere il gesto tecnico e l’atletismo di uno sport aiuta a meglio identificare sia i fattori di rischio infortuni sia le soluzioni riabilitative più efficaci.
  • Conoscenza dei regolamenti e delle dinamiche di gara: Ogni sport ha regolamenti, calendari, tempi di recupero e situazioni di gioco particolari. Un fisioterapista sportivo deve sapere, ad esempio, come funzionano i time-out o le sostituzioni nel basket per gestire un intervento in acuto, oppure conoscere i protocolli anti-doping vigenti nella federazione di riferimento. Inoltre deve capire le pressioni temporali legate al fatto che l’atleta torni in campo il prima possibile in sicurezza. Questa familiarità con il contesto sportivo consente di pianificare meglio la riabilitazione e di comunicare efficacemente con allenatori e preparatori.
  • Gestione degli stakeholder nel processo di recupero: A differenza del paziente ordinario, attorno all’atleta gravita spesso un intero ecosistema di figure interessate al suo recupero: l’allenatore, il preparatore atletico, il medico sociale, i dirigenti della società, l’agente, talvolta persino sponsor o tifosi nei casi di sportivi di alto livello. Il fisioterapista sportivo deve quindi possedere doti comunicative e manageriali per coordinarsi con lo staff multidisciplinare e gestire le aspettative di tutte queste parti coinvolte. Ad esempio, dovrà saper spiegare ai tecnici le limitazioni temporanee dell’atleta, interfacciarsi coi medici per condividere informazioni cliniche, rassicurare il giocatore e la sua famiglia sui progressi, e magari resistere a pressioni esterne che vorrebbero forzare i tempi di rientro in campo. Questa abilità di case management complesso è una delle caratteristiche distintive di un buon fisioterapista sportivo.
  • Adattamento degli interventi clinici all’ambiente sportivo: Nella pratica, significa saper tradurre le linee guida e le tecniche fisioterapiche classiche all’interno di palestre, campi da gioco, piscine, piste atletiche, ecc. Ad esempio, un protocollo riabilitativo post-infortunio dovrà tenere conto del tipo di superficie su cui l’atleta si allena, degli attrezzi specifici usati nello sport (pallone, racchetta, ecc.), dei gesti tecnici da re-introdurre gradualmente. Il fisioterapista sportivo eccelle nel personalizzare l’allenamento riabilitativo: deve saper scegliere esercizi funzionali allo sport dell’atleta, modulare i carichi di lavoro come farebbe un preparatore atletico, e monitorare indicatori di performance (forza, equilibrio, velocità, ecc.) per stabilire quando l’atleta è pronto a tornare in gara. In sostanza, fonde competenze riabilitative con concetti di strength & conditioning sport-specifico.
  • Elevati standard etici e professionali: Infine, un fisioterapista sportivo è un ambasciatore di salute e fair play. Deve promuovere comportamenti etici, educare l’atleta a prendersi cura del proprio corpo in modo leale (ad esempio scoraggiando scorciatoie pericolose come il doping), e rispettare la deontologia professionale anche sotto le luci della ribalta mediatica. Inoltre, l’impegno nella formazione continua e nel seguire le best practice aggiornate è cruciale: lo sport evolve rapidamente e con esso le metodiche di allenamento e riabilitazione, quindi fermarsi sarebbe un errore. La curiosità scientifica e la voglia di migliorarsi costantemente sono parte integrante delle competenze richieste a chi vuole lavorare stabilmente con gli atleti.

In sintesi, il fisioterapista sportivo ideale è un professionista a 360 gradi: esperto di riabilitazione, preparato atleticamente, capace di lavorare in team, e con un approccio centrato sia sulla performance sia sul benessere globale dell’atleta. Certificazioni come l’ITA SPT aiutano a identificare chi possiede queste qualità, ma è la pratica quotidiana sul campo che poi conferma il valore di tali competenze. 

Prospettive Future della Professione 

L’ambito della fisioterapia sportiva è in continua evoluzione. Guardando al prossimo futuro, possiamo individuare alcune tendenze chiave e sviluppi attesi: 

  • Riconoscimento istituzionale in Italia: Un obiettivo strategico sarà ottenere il riconoscimento formale del titolo di Italian Sports Physical Therapist da parte di enti come il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) e il CIP (Comitato Italiano Paralimpico). Questo allineerebbe l’Italia ad altri Paesi dove la qualifica di fisioterapista sportivo certificato è già riconosciuta e richiesta per l’assunzione nei team nazionali. Il GIS Sport AIFI sta lavorando affinché, in un prossimo futuro, le Federazioni Sportive Nazionali inseriscano nei propri organici solo fisioterapisti in possesso di certificazione riconosciuta. Ciò garantirebbe uno standard uniforme di competenze e valorizzerebbe il titolo ITA SPT, tutelando al contempo la salute degli atleti con personale altamente qualificato. 
  • Aggiornamento delle competenze IFSPT: A livello internazionale, sono passati oltre 15 anni dalla definizione delle 11 competenze core (risalenti al 2005). In questo periodo, la professione si è evoluta notevolmente con l’avanzare della ricerca scientifica, l’introduzione di nuove tecnologie (si pensi all’uso di data analytics negli sport, alla realtà virtuale in riabilitazione, ecc.) e il cambiamento dei contesti in cui opera il fisioterapista (ad esempio maggiore attenzione alla prevenzione, nuovi scenari come gli e-sports, ecc.). Per questo, l’IFSPT ha ritenuto necessario un aggiornamento delle competenze. Dal 2023 è in corso un nuovo studio Delphi internazionale coordinato dall’IFSPT – in collaborazione con diverse università europee (progetto SportsComp finanziato Erasmus+) – con l’obiettivo di rivedere e aggiornare le competenze del fisioterapista sportivo. Questo processo coinvolge fisioterapisti sportivi di tutto il mondo e stakeholder (allenatori, medici, atleti stessi) attraverso questionari e focus group, per assicurare che le competenze “versione 2.0” riflettano le esigenze attuali della pratica sportiva contemporanea. I risultati di questa revisione verranno pubblicati su riviste scientifiche (es. Journal of Orthopaedic & Sports PT) e potranno influenzare gli standard formativi a livello globale nei prossimi anni.
  • Nuovi ambiti e specializzazioni: La figura del fisioterapista sportivo tende ad espandersi anche in settori collaterali. Ad esempio, si parla sempre più di fisioterapia per sportivi paralimpici: gestire atleti con disabilità richiede competenze aggiuntive e il GIS Sport ha già avviato progetti formativi su questo (come corsi specifici per chi lavora con atleti paralimpici). Un altro ambito emergente è quello delle attività artistiche (ballerini, musicisti): il master di Roma citato ne è un esempio, e probabilmente vedremo crescere l’attenzione verso le esigenze riabilitative di performer non strettamente “sportivi” ma con analoghe sollecitazioni fisiche. Inoltre, il fisioterapista sportivo potrà ritagliarsi ruoli specifici nella preparazione atletica preventiva, nella performance analysis (lavorando assieme agli sport scientist per analizzare dati di movimento degli atleti), nonché in settori come il wellness corporate (programmi di attività fisica per aziende) o l’health coaching rivolto a popolazioni speciali.
  • Integrazione tecnologica e telehealth: Già oggi molti fisioterapisti sportivi utilizzano strumenti avanzati (sensori indossabili, analisi del movimento 3D, ecografi portatili, etc.). In futuro l’uso della tecnologia sarà ancora più pervasivo: si prevedono programmi di tele-riabilitazione sportiva per seguire atleti a distanza (con sessioni di esercizi in remoto e monitoraggio online dei progressi), app dedicate al recupero post-infortunio, piattaforme di raccolta dati che integrino le metriche di allenamento con quelle fisioterapiche. Il fisioterapista sportivo dovrà quindi essere aperto all’innovazione e capace di interpretare i dati forniti dalla tecnologia per migliorare le proprie decisioni cliniche. 

In conclusione, la strada da percorrere per la fisioterapia sportiva è stimolante e in crescita.

Il riconoscimento ufficiale e l’aggiornamento delle competenze contribuiranno a dare ancora più dignità e spessore professionale a questa specializzazione. Per chi ambisce a entrarvi, è un settore che richiede passione per lo sport, dedizione allo studio continuo e capacità di adattamento – ma in cambio offre la soddisfazione di lavorare fianco a fianco con atleti e contribuire ai loro successi e alla loro salute. 

Mal di testa e sistema oculomotorio: un legame sottovalutato nella valutazione clinica

Mal di testa e oculomotricità: il legame dimenticato nella valutazione clinica

I disturbi cefalalgici sono altamente prevalenti nella popolazione generale (≈52%) e hanno un impatto significativo su qualità di vita e produttività (Neurolens Quality of Life Study Group, 2023). In questo contesto, le disfunzioni del sistema oculomotorio — in particolare insufficienza di convergenza (CI), alterazioni dell’accomodazione, deficit di saccadi e smooth pursuit — rimangono spesso sottostimate nella pratica clinica, pur essendo documentate come possibili co-fattori di cefalea e affaticamento visivo. La prevalenza di CI nella popolazione generale è stata stimata intorno all’8% in una meta-analisi recente, con valori popolazione-specifici più bassi (5,46%) in studi epidemiologici (Hashemi et al., 2017) e nettamente più alti nei pazienti con cefalea (26,2%) (Priya et al., 2021). Per questo motivo, l’inclusione sistematica dell’oculomotricità nell’esame neuromuscoloscheletrico e neurosensorimotorio (in adulti e bambini) ha una chiara giustificazione clinica e, sempre per questo motivo, fa parte integrante della formazione fondamentale TMPI – Terapia Manuale Pediatrica Integrativa.

Qual è il legame tra occhi e mal di testa?

Le disfunzioni vergenti, i deficit di fissazione, le saccadi lente o imprecise e le anomalie dello smooth pursuit possono indurre affaticamento visivo cronico, strategie posturali di compenso (es. inclinazione del capo) e contribuire alla cronicizzazione del dolore cefalico. Nei pazienti con dolore cervicale e nei disordini associati al colpo di frusta, test come lo Smooth Pursuit Neck Torsion Test (SPNT) hanno mostrato alterazioni specifiche, suggerendo un coinvolgimento cervicogenico del controllo oculomotorio (Treleaven et al., 2005; L’vov et al., 1997). Nei soggetti con emicrania (con o senza aura) e nei pazienti con vestibular migraine sono state descritte anomalie oculomotorie (saccadi, pursuit, nistagmo posizionale centrale), a conferma dell’integrazione del sistema oculomotorio con le reti centrali vestibolo-cerebellari e con il sistema nervoso autonomo (Yılmaz et al., 2014; Rota et al., 2006; Saran et al., 2021). In ambito pediatrico, il coinvolgimento oftalmologico non è raro: in una casistica recente, il 16,3% dei bambini con cefalea presentava una causa oftalmologica, e un terzo di questi aveva insufficienza di convergenza (Caggiano et al., 2024).

Domande guida per il ragionamento clinico

(usa queste domande come “decision rule” rapida: ≥3 risposte positive → esegui screening oculomotorio strutturato: NPC, saccadi, smooth pursuit, SPNT, CISS).

  • Il dolore compare o peggiora dopo attività di near work (lettura, PC, smartphone, scuola)?
    → sospetto insufficienza di convergenza (CI) o disfunzioni accomodative. Valuta NPC e CISS (cut-off ≥16 negli adulti, ≥16–21 nei bambini in base agli studi di validazione: Borsting et al., 2003).

  • Migliora chiudendo gli occhi o riducendo il carico visivo?
    → possibile componente visuo-oculomotoria (affaticamento, asthenopia) più che esclusivamente cervicale.

  • Il bambino/adolescente adotta posture compensatorie (inclinazione del capo, chiusura di un occhio, distanza eccessiva dal testo)?
    → possibili strategie posturali di compenso per instabilità di fissazione, vergenze alterate o diplopia intermittente (Caggiano et al., 2024).

  • Riferisce vertigini, instabilità o “disconnessione visiva”?
    → integra test vestibolo-oculomotori e SPNT per discriminare il contributo cervicogenico (Treleaven et al., 2005).

  • Traumi cranici/cervicali o colpi al volto in anamnesi?
    → alta probabilità di deficit oculomotori post-traumatici (saccadi, pursuit, vergence).

  • Il dolore emerge in condizioni di stress sensoriale (luci intense, rumori, sovraccarico visivo)?
    → considerare il coinvolgimento del SNA e l’integrazione con reti vestibolo-cerebellari (migraine/vestibular migraine).

  • Dolore cervicale o posturale associato all’attività visiva?
    → valutare integrazione cervico-oculomotoria (SPNT, saccadi, pursuit), evitando approcci cervicali “isolati”.

  • Difficoltà di attenzione visiva, inseguimento o lettura durante i compiti scolastici?
    → nei bambini, la CI e i disturbi di accomodazione sono spesso sottodiagnosticati e mimano “difficoltà scolastiche” più che un vero disordine refrattivo (Priya et al., 2021).

1. NPC – Near Point of Convergence

  • Cos’è: È la distanza minima (in cm) alla quale una persona riesce a mantenere la visione singola quando un oggetto si avvicina lentamente alla radice del naso.

  • Perché è importante: Un NPC superiore a 6-8 cm è indicativo di insufficienza di convergenza (CI), condizione spesso correlata a cefalee e affaticamento visivo.

  • Uso clinico: Test rapido e ripetibile, molto utilizzato in optometria funzionale e riabilitazione visuo-motoria.

2. Saccadi (o Saccadic Eye Movements)

  • Cos’è: Sono movimenti oculari rapidi e simultanei che permettono di spostare il focus visivo da un punto all’altro.

  • Perché è importante: Saccadi lente, imprecise o con “movimenti correttivi” (over/undershoot) possono segnalare un deficit oculomotorio o neurologico.

  • Uso clinico: Si testa facendo guardare al paziente due target a distanza di circa 20 cm, alternati rapidamente.

3. Smooth Pursuit (Inseguimento Lento)

  • Cos’è: È il movimento oculare lento e continuo che permette di seguire un oggetto in movimento (es. una penna).

  • Perché è importante: Smooth pursuit irregolare, con “scatti” o movimenti di testa compensatori, può indicare disfunzione oculomotoria o vestibolare.

  • Uso clinico: Test orizzontale, verticale e diagonale.

4. SPNT – Smooth Pursuit Neck Torsion Test

  • Cos’è: È un test clinico che valuta lo smooth pursuit con il collo in posizione neutra e poi in torsione, isolando il contributo cervicogenico (collo) da quello oculomotorio puro.

  • Perché è importante: Spesso usato nei pazienti con colpo di frusta o dolore cervicale cronico per valutare la relazione tra disturbi visivi e input propriocettivi cervicali (Treleaven et al., 2005).

5. CISS – Convergence Insufficiency Symptom Survey

  • Cos’è: È un questionario validato per quantificare i sintomi legati alla convergenza insufficiente.

  • Perché è importante: Permette di identificare pazienti con sintomi visuo-oculomotori (affaticamento, diplopia, difficoltà di lettura).

  • Cut-off: Punteggio ≥16 negli adulti o ≥21 nei bambini indica probabile CI (Borsting et al., 2003).

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Test di screening oculomotorio nei pazienti con cefalea

L’esame oculomotorio di base può essere eseguito in pochi minuti, fornendo informazioni preziose sull’integrazione visuo-motoria e sul possibile contributo oculare alla cefalea. Ecco alcuni test semplici, validi per bambini (≥6-7 anni), adolescenti e adulti:

  • Inseguimento lento (Smooth Pursuit):
    Il paziente deve seguire lentamente un target (ad esempio una penna) nei piani orizzontale, verticale e diagonale, mantenendo la testa ferma. Osservare la presenza di intrusioni saccadiche, “salti” dello sguardo o movimenti compensatori della testa, che possono indicare deficit di inseguimento o alterazioni vestibolo-oculomotorie.

  • Saccadi (Saccadic Eye Movements):
    Si richiede al paziente di guardare rapidamente due target disposti a circa 20-30 cm di distanza. Si valuta la precisione del movimento, la presenza di correzioni di overshoot/undershoot, la velocità e l’eventuale comparsa di vertigini o discomfort.

  • Test di convergenza prossimale (NPC – Near Point of Convergence):
    Si avvicina un oggetto lentamente verso la radice del naso, chiedendo al paziente di mantenere la fusione dell’immagine. Si annota la distanza (in cm) alla quale uno degli occhi perde l’allineamento o viene percepita visione doppia. Valori oltre 6 cm negli adulti o 5 cm nei bambini possono indicare insufficienza di convergenza (CI).

  • Dissociazione occhio-testa:
    Il paziente fissa un punto stabile mentre muove la testa a destra e sinistra, su e giù, mantenendo la fissazione visiva. Un “drift” dello sguardo o la comparsa di sintomi (vertigini, nausea, instabilità visiva) suggeriscono un coinvolgimento cervico-oculomotorio.

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Cosa fare se rilevi alterazioni?

Se i test di screening indicano una disfunzione oculomotoria, l’intervento dovrebbe seguire un approccio multimodale:

  • Valutazione manuale oculomotoria approfondita:
    Comprende la palpazione dei muscoli estrinseci oculari, la valutazione della mobilità con tecniche di mobilizzazione dolce e l’individuazione di eventuali restrizioni miofasciali a livello perioculare. Tecniche manuali specifiche sugli occhi, se eseguite da professionisti formati, possono migliorare la simmetria di convergenza e ridurre i sintomi (Lammers et al., 2016).

  • Trattamento cranio-cervicale e orbito-facciale manuale:
    L’integrazione della terapia manuale su regioni come temporale, frontale, sfenoide e suboccipitale favorisce un miglioramento dell’input propriocettivo e dell’allineamento oculare. Trattamenti esclusivamente cervicali, senza considerare il sistema oculomotorio, possono risultare parziali o addirittura aggravare il quadro sintomatologico.

  • Esercizi di stabilizzazione visiva e coordinazione occhio-mano:
    Comprendono attività come “pencil push-ups”, esercizi di tracciamento e inseguimento con target, training di convergenza o di saccadi, e integrazione con compiti motori (es. lancio/catch). Questi protocolli hanno dimostrato di ridurre i sintomi di CI e migliorare le performance visuo-motorie (Convergence Insufficiency Treatment Trial Group, 2008).

  • Invio in optometria funzionale o neuro-optometria:
    In caso di persistenza dei segni o di sintomatologia complessa (es. diplopia, instabilità visiva marcata), la collaborazione con specialisti dell’area visuo-neurologica garantisce una gestione completa.

Conclusione: ciò che gli occhi possono rivelare

Una quota significativa di pazienti con cefalea rimane senza una diagnosi funzionale chiara, nonostante indagini neurologiche e posturali approfondite. In molti di questi casi, l’origine del dolore può essere strettamente correlata a disfunzioni oculomotorie. L’integrazione del sistema visivo nella valutazione neuromuscoloscheletrica permette di adottare un approccio terapeutico globale, capace di agire sia sulla componente somatica (cervicale, cranio-facciale) sia su quella sensoriale e neurofunzionale.

La terapia manuale del sistema oculomotorio, associata a protocolli di riabilitazione visuo-motoria e a strategie di coordinazione occhio-mano, sta dimostrando una crescente efficacia clinica nella riduzione dei sintomi cefalalgici e nella prevenzione delle recidive (Convergence Insufficiency Treatment Trial Group, 2008; Lammers et al., 2016). L’interdisciplinarità — che coinvolge fisioterapisti, optometristi, neurologi e medici della riabilitazione — rappresenta la chiave per affrontare questi casi complessi.

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Bibliografia

  • Borsting, E., Rouse, M. W., Mitchell, G. L., Scheiman, M., Cotter, S., Cooper, J., … & CITT Group. (2003). Validity and reliability of the Convergence Insufficiency Symptom Survey (CISS). Optometry and Vision Science, 80(12), 832-838.

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Il dolore cronico: quando il cervello non riceve il messaggio

Il titolo che hai appena letto non è soltanto evocativo, ma rappresenta una chiave di lettura potente, supportata dalle teorie neuroscientifiche di Lisa Feldman Barrett, per comprendere in profondità il dolore cronico.
Le riflessioni di Barrett, raccolte nel suo libro How Emotions Are Made, trovano implicazioni fondamentali per la fisioterapia e la riabilitazione contemporanea.

Il cervello non è nato per pensare, ma per regolare

Secondo Lisa Feldman Barrett, il compito principale del nostro cervello non è pensare, né provare emozioni, né immaginare o creare. Tutte queste funzioni sono secondarie rispetto alla sua missione biologica fondamentale: regolare il corpo per mantenerci in vita. Questo processo prende il nome di allostasi, ed è la capacità del cervello di prevedere i bisogni energetici del corpo per ottimizzare le risorse.
Il cervello agisce quindi come un sistema di bilancio energetico, che predice costantemente quanta energia sarà necessaria per agire, muoversi, digerire, termoregolarsi, rispondere a stimoli esterni o interni. Una previsione corretta ci mantiene in equilibrio e in salute. Una previsione cronicamente errata, invece, può essere devastante — e rappresenta uno dei meccanismi fisiopatologici alla base del dolore cronico.

Prevedere il mondo: il cervello come simulatore

Il cervello vive “al buio”, protetto nella scatola cranica. Interpreta il mondo esterno solo attraverso segnali indiretti: luce, vibrazioni, odori, suoni, impulsi elettrici. Per dare senso a questi stimoli, non si limita a reagire, ma costruisce previsioni basate sull’esperienza passata.

Ogni movimento, emozione o sensazione è in gran parte il risultato di una simulazione predittiva. Quando la previsione combacia con il segnale sensoriale reale, il cervello conferma la sua ipotesi: quella previsione diventa la nostra esperienza cosciente. Se invece la previsione è errata, il cervello ha tre possibilità:

  • adattare la previsione ai dati nuovi (correggere l’errore);
  • ignorare i dati contrari e mantenere la previsione come reale;
  • selezionare solo i dati che confermano la previsione iniziale.

Questo meccanismo, definito loop predittivo, agisce sia sull’exterocezione (stimoli esterni) sia sull’interocezione (sensazioni interne del corpo) e costituisce la base stessa della nostra esperienza percettiva, compresa quella del dolore.

Il network interocettivo e il bilancio corporeo

Il cervello non predice soltanto i movimenti o le percezioni esterne, ma anche le variazioni viscerali: frequenza cardiaca, fame, tensione muscolare, pressione sanguigna. Tutto questo è possibile grazie a un sofisticato network interocettivo, composto da due sottosistemi:

  • il circuito visceromotorio limbico (detto anche “regione del bilancio corporeo”), che invia previsioni al corpo per regolare le funzioni interne (es. aumento della frequenza cardiaca);
  • le aree sensoriali primarie, che predicono le conseguenze sensoriali di tali attivazioni (es. percezione del battito accelerato come “cuore che corre”).

Ogni azione, anche minima, consuma energia. Il cervello gestisce questo bilancio, come un’azienda gestirebbe il proprio reparto finanziario, con entrate (sonno, alimentazione, recupero) e uscite (movimento, stress, elaborazione sensoriale).
Quando questo bilancio si sbilancia in modo cronico, si aprono le porte a infiammazione sistemica, alterazioni neuroimmunitarie e disfunzioni predittive.

Quando il bilancio si rompe: dolore e infiammazione

Se il cervello sovrastima costantemente i bisogni energetici o riceve input disturbati dalla periferia, l’intero sistema entra in disfunzione. Secondo Barrett, queste condizioni generano un rilascio persistente di citochine pro-infiammatorie, alterano le funzioni del network interocettivo e compromettono la capacità del cervello di autoregolare il corpo.

Questo processo può contribuire allo sviluppo e al mantenimento di diverse condizioni croniche: diabete, ipertensione, disturbi cardiovascolari, cancro e — in modo particolarmente rilevante — dolore cronico.

Il dolore cronico come disallineamento predittivo

Il contributo più affascinante riguarda proprio la fisiopatologia del dolore cronico. Secondo questa visione:

  • il cervello continua a prevedere dolore anche in assenza di lesione o pericolo reale,
  • ignora i segnali correttivi provenienti dal corpo,
  • mantiene attiva la risposta d’allarme, rafforzando le sue stesse previsioni.

Il dolore cronico diventa così una esperienza reale prodotta da una previsione errata, consolidata nel tempo da emozioni, contesto, credenze e vissuti.
È come se il cervello continuasse a dire: “C’è pericolo”, anche quando il corpo ha ormai smesso di mandare segnali in quella direzione.

Implicazioni cliniche per fisioterapisti e professionisti della salute

Questa prospettiva cambia radicalmente l’approccio clinico al dolore persistente e invita a rivedere le strategie terapeutiche tradizionali. Per i fisioterapisti, le implicazioni sono profonde:

  • Sposta il focus dal “riparare un danno” al modificare il significato dell’esperienza del dolore;
  • Rafforza l’importanza dell’educazione alla pain science, utile per correggere previsioni disfunzionali;
  • Evidenzia il valore degli interventi sullo stile di vita (attività fisica, alimentazione, gestione dello stress e sonno) come strumenti per riequilibrare il bilancio corporeo;
  • Richiede un approccio clinico basato su neuroplasticità, gradualità e sicurezza: esperienze corporee nuove, controllate e positive possono “riprogrammare” il sistema.

Conclusione: il paradigma predittivo come nuova via nella riabilitazione del dolore

Comprendere il dolore cronico come frutto di un errore predittivo non corretto può rivoluzionare la valutazione, la comunicazione e il trattamento.

Non è più sufficiente intervenire solo sul sintomo. Serve una nuova alfabetizzazione del paziente, una ridefinizione del significato del dolore e un percorso terapeutico integrato, che coinvolga mente, corpo e ambiente.

Il contributo di Lisa Feldman Barrett offre una base neuroscientifica solida per sostenere approcci moderni come quello sviluppato da Jo Nijs e il gruppo Pain in Motion, che da anni promuovono una gestione multidimensionale del dolore cronico fondata sull’evidenza e sull’esperienza clinica.

Approfondire e formarsi

Chi opera nel campo della riabilitazione e desidera integrare queste conoscenze nella pratica quotidiana, può approfondire questi temi attraverso il corso avanzato “Pain Management Certification”, tenuto da Jo Nijs.
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Fisioterapia e Terapia Manuale: L’integrazione tra Approccio NAIOMT e Metodo Bienfait

Nel panorama della fisioterapia moderna, la terapia manuale rappresenta uno degli strumenti più potenti ed efficaci a disposizione del professionista. Tuttavia, parlare di terapia manuale oggi significa andare oltre le tecniche, entrando nel cuore di visioni terapeutiche differenti ma complementari. Due approcci in particolare — il metodo NAIOMT e la Scuola Bienfait — rappresentano l’evoluzione e l’integrazione ideale per una pratica clinica completa, strutturata e capace di adattarsi realmente alle esigenze del paziente.

Terapia manuale: uno strumento, molteplici approcci

Il concetto stesso di terapia manuale può essere interpretato in modo diverso, a seconda della formazione, della scuola di riferimento e delle esperienze cliniche del terapista. Alcuni vedono nella terapia manuale uno strumento biomeccanico, fondato sull’analisi del movimento e sulla correzione funzionale. Altri, invece, la interpretano come un mezzo per entrare in relazione profonda con i sistemi del corpo, leggendo i segnali che esso comunica e favorendo un riequilibrio globale.

Queste due visioni non sono in conflitto, ma rappresentano due poli della stessa realtà. Proprio per questo, Phisiovit propone un percorso formativo che integra entrambi gli approcci: il modello NAIOMT, di origine statunitense, e il metodo Bienfait, sviluppato in Francia. Vediamoli nel dettaglio.

NAIOMT: struttura, precisione e biomeccanica

Il metodo NAIOMT (North American Institute of Orthopedic Manual Therapy) nasce negli Stati Uniti e si fonda su un impianto clinico-scientifico rigoroso. È uno dei riferimenti principali a livello internazionale per quanto riguarda la terapia manuale ortopedica.

Le caratteristiche distintive del metodo NAIOMT

  • Biomeccanica e razionalità: al centro dell’approccio c’è l’analisi del movimento articolare e tissutale. Ogni tecnica si basa su una comprensione dettagliata della cinematica e della biomeccanica.
  • Evidenza scientifica: ogni intervento manuale è supportato da studi clinici. La formazione NAIOMT è fortemente basata sull’Evidence-Based Practice (EBP).
  • Tecniche specifiche: manipolazioni articolari, mobilizzazioni, esercizi terapeutici individualizzati. Ogni tecnica ha uno scopo preciso e viene scelta in base a un ragionamento clinico rigoroso.
  • Valutazione analitica: il terapista NAIOMT esegue una valutazione segmento per segmento, individuando con precisione le disfunzioni meccaniche e strutturali.

Obiettivi dell’approccio NAIOMT

L’obiettivo è chiaro: ripristinare la funzione biomeccanica ottimale delle strutture articolari e muscolo-scheletriche. Si punta alla correzione delle disfunzioni, al recupero del movimento fisiologico e alla riduzione del dolore.

Bienfait: ascolto, percezione e globalità

La Scuola Bienfait, fondata in Francia, propone una visione olistica e sistemica della terapia manuale. Non si concentra solo sulla disfunzione, ma sull’intera esperienza somatica del paziente.

I principi chiave del metodo Bienfait

  • Approccio globale: il corpo è visto come un’unità integrata. Il sintomo non è mai isolato, ma inserito in una rete di relazioni tra postura, respiro, tono e percezione.
  • Neurofisiologia e catene muscolari: il metodo integra principi della fisioterapia, dell’osteopatia e della neurologia, osservando le catene fasciali, muscolari e neurali come sistemi interdipendenti.
  • Tecniche fasciali e connettivali: i test di mobilità fasciale, il trattamento del tessuto connettivo, il lavoro sui sistemi vascolari e nervosi sono centrali nella pratica.
  • Percezione e tono: particolare attenzione è rivolta alla percezione corporea del paziente e all’organizzazione del tono muscolare, elementi fondamentali per ristabilire un equilibrio profondo.

Obiettivo dell’approccio Bienfait

Non si tratta solo di correggere un movimento, ma di restituire al corpo armonia, fluidità e benessere sistemico. L’obiettivo terapeutico è più ampio: riequilibrio posturale, migliore circolazione, rilascio tensivo e consapevolezza corporea.

L’integrazione dei due approcci: una terapia manuale completa

La forza di un terapista moderno non sta nella fedeltà a un’unica scuola, ma nella capacità di integrare strumenti diversi per adattarsi alla complessità del paziente, quindi la sinergia tra NAIOMT e Bienfait rappresenta in questo senso un’eccellenza formativa.

Perché integrarli?

  • Struttura + Ascolto = Competenza completa: il rigore biomeccanico del NAIOMT fornisce struttura e precisione. Il lavoro sistemico e percettivo della scuola Bienfait amplia lo sguardo terapeutico, rendendo ogni intervento più personalizzato ed efficace.
  • Valutazione completa: la valutazione analitica (NAIOMT) e quella globale (Bienfait) si arricchiscono a vicenda. Il terapista può così comprendere sia il dettaglio biomeccanico sia le relazioni sistemiche che influenzano il sintomo.
  • Maggiore personalizzazione: disporre di tecniche articolari, fasciali, neurovascolari e percettive consente di adattare ogni trattamento alla storia clinica, al tipo di dolore e agli obiettivi del paziente.
  • Approccio evolutivo: il modello NAIOMT → Bienfait → Terapia integrata rappresenta un percorso formativo e clinico completo, che guida il terapista dall’analisi segmentale alla comprensione globale.

Phisiovit: la formazione per i terapisti del futuro

In Phisiovit crediamo che un terapista manuale moderno debba saper valutare, ascoltare e agire con metodo, competenza e sensibilità. Per questo abbiamo costruito un’offerta formativa che integra questi due modelli, offrendo corsi di alto livello per professionisti motivati a crescere.

A chi ci rivolgiamo?

Ai fisioterapisti che vogliono andare oltre la tecnica. A chi cerca una visione più completa del corpo. A chi vuole passare dal “fare” al “comprendere”. A chi vuole integrare il sapere scientifico con l’ascolto della persona.

Non scegliere, integra

Il valore non sta nel decidere tra NAIOMT o Bienfait. Sta nel cogliere l’opportunità di unire due approcci validi, potenti e complementari. È questa integrazione che permette di evolversi come terapeuti e di offrire ai pazienti il meglio della fisioterapia manuale contemporanea.

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Un osso sesamoide è un osso presente con una certa frequenza nello spessore dei tendini di alcuni dei muscoli degli arti superiori e degli arti inferiori. La maggior parte di queste ossa ha dimensioni di pochi millimetri e presenta grande somiglianza con i semi di sesamo, motivo per cui Galeno diede loro il nome di ossa sesamoidi. Tuttavia le più grandi tra queste possono essere considerate vere e proprie ossa, come nel caso dell’osso pisiforme, incluso nello spessore del tendine del muscolo flessore ulnare del carpo, o della patella (rotula), inclusa nello spessore del tendine del muscolo quadricipite della coscia. La funzione delle ossa sesamoidi è quella di rafforzare i punti deboli nella struttura del tendine, la loro presenza comporta un aumento notevole della resistenza del tendine stesso alla trazione.

Le ossa sesamoidi originano per ossificazione endocondrale da abbozzi cartilaginei inclusi nel tendine, tuttavia alcuni di questi abbozzi possono non ossificare mai nella vita di un individuo. Ne consegue che le ossa sesamoidi possono essere distinte tra ossa sesamoidi costanti, i cui abbozzi cartilaginei ossificano in tutti gli individui, ed ossa sesamoidi incostanti, i cui abbozzi cartilaginei ossificano solo in una parte degli individui. Numerosi possono essere le ossa sesamoidi incostanti, in particolare a livello di mano e piede. La loro eventuale presenza è da conoscere e da ricercare, nel caso di patologia e di diagnosi differenziale.


> TRA COSTANTI E INCONSTANTI, SOLO NELL’ARTO INFERIORE SONO NOTE OLTRE 40 OSSA SESAMOIDI

 

Ossa sesamoidi dell’arto superiore

  • Osso Pisiforme

L’osso pisiforme è un osso sesamoide compreso nel tendine del muscolo flessore ulnare del carpo che fa parte delle ossa del carpo. Dà attacco al legamento trasverso del carpo e si articola mediante artrodia col piramidale.

 

  • Ossa sesamoidi costanti della mano

Nella mano sono presenti due ossa sesamoidi costanti, situate sulla superficie palmare della prima articolazione metacarpo-falangea, e sono denominate osso sesamoide mediale o osso sesamoide ulnare ed osso sesamoide laterale o osso sesamoide radiale. Le due ossa sesamoidi sono solitamente delle stesse dimensioni e si presentano legate tra loro dal legamento intersesamoideo, teso tra le loro superfici palmari. Talvolta le due ossa possono essere comprese nella prima articolazione metacarpo-falangea, e in questo caso le loro superfici dorsali si presentano rivestite di cartilagine e ricevono l’inserzione dei legamenti metacarpo falangei collaterali. Le due ossa sesamoidi sono entrambe comprese nei tendini del muscolo flessore breve del pollice, in modo che l’osso sesamoide laterale sia compreso nel tendine del capo superficiale mentre quello mediale è compreso nel tendine del capo profondo. L’osso sesamoide mediale riceve anche l’inserzione dei due capi del muscolo adduttore del pollice.

  • Ossa sesamoidi incostanti della mano

Accanto alle ossa sesamoidi costanti della mano, si descrivono anche altre ossa sesamoidi incostanti situate sulla superficie palmare della mano nei tendini dei muscoli flessori delle dita.

 

Ossa sesamoidi dell’arto inferiore

  • Patella (o rotula)

La patella (o rotula) è l’osso sesamoide più grande del corpo umano. Compreso nel tendine del muscolo quadricipite femorale, chiude anteriormente la capsula articolare dell’articolazione del ginocchio.

  • Ossa sesamoidi costanti del piede

Nel piede vi sono due ossa sesamoidi costanti, che si trovano sulla superficie plantare della prima articolazione metatarso-falangea, sono denominate osso sesamoide tibiale (o mediale) e sesamoide fibulare (o laterale). Il sesamoide tibiale è di norma più grande del fibulare, con una lunghezza di 14-15 mm e una larghezza di 8-10 mm, il secondo infatti misura circa 10 mm di lunghezza e 8 mm di larghezza. Il piatto plantare, un’estensione del tendine del flessore breve dell’alluce, li collega alla superficie plantare, mentre la cresta intersesamoidale li separa. Sono poi ulteriormente stabilizzati dal legamento intersesamoideo, che li connette, e da legamenti collaterali. Talvolta questi due sesamoidi possono presentarsi bipartiti, tripartiti o quadripartiti in vari segmenti ossei, questo fenomeno è più comune nel tibiale che non nel fibulare. Sui due si inseriscono i capi del muscolo flessore breve dell’alluce, sul mediale anche fibre dell’abduttore dell’alluce, mentre sul laterale altre dell’adduttore dell’alluce. La vascolarizzazione dipende nella metà dei casi dall’arteria plantare mediale e dall’arco plantare insieme, in caso contrario vi contribuisce solo l’arco plantare o solo l’arteria plantare mediale. Sono innervati dai nervi digitali plantari.

  • Ossa sesamoidi incostanti del piede

Oltre alle due ossa sesamoidi costanti (tibiale e fibulare) dell’alluce, ne esistono numerose altre incostanti, localizzate in particolare nelle aree più soggette al carico con la funzione di diminuire l’attrito e modificare la pressione locale e dunque quasi sempre sulla superficie plantare del piede. Segue un elenco delle principali ossa sesamoidi incostanti riscontrate.

– Il sesamoide interfalangeo è un piccolo osso tondeggiante, grande circa la metà rispetto al sesamoide tibiale, collocato nell’articolazione tra la falange prossimale e quella distale dell’alluce.

– I sesamoidi del secondo dito, molto piccoli e di forma ovale o allungata, sono collocati nelle articolazioni tra primo metatarso e falange prossimale o tra falange prossimale e intermedia del secondo dito.

– I sesamoidi del terzo dito, delle dimensioni di quelli del secondo dito, sono collocati nelle articolazioni tra falange prossimale e intermedia o tra questa e la distale.

– Il sesamoide del quarto dito è generalmente di forma ovale e collocato tra quarto metatarso e la sua falange prossimale.

– I sesamoidi del quinto dito sono collocati spesso tra il quinto metatarso e la sua falange prossimale.

– Il sesamoide del tibiale posteriore, a forma di scheggia, è collocato nel tendine di questo muscolo, sopra l’osso navicolare ed è presente in circa il 10% degli individui.

– L’Os Peroneum, ovale e allungato, lungo anche più di 10-15 mm, è collocato sulla faccia laterale dell’osso cuboide, nel tendine del muscolo peroneo breve.

Altre ossa sesamoidi incostanti dell’arto inferiore che vale la pena ricordare sono:

– La Fabella, un osso sesamoide presente, in maniera abbastanza frequente, nel tendine del gastrocnemio laterale, cioè nella regione flessoria posteriore esterna del ginocchio. Si trova nel 10-30% delle persone, con maggiore incidenza nelle popolazioni asiatiche. Rappresenta le vestigia evoluzionistiche di un osso presente in altre specie di animali. Nell’uomo è solo una variante anatomica, non essendo mai così grande da causare patologie di sorta. Può, raramente, essere bi o tripartita.

– La Cyamella, un osso sesamoide presente nel tendine prossimale del muscolo popliteo. La Cyamella rappresenta la vestigia evoluzionistica di un osso presente in altre specie di animali, specialmente piccoli mammiferi come cani e gatti. Nell’uomo è estremamente rara e rappresenta solo una variante anatomica, non essendo mai così grande da causare patologie di sorta.

 

 

PATOLOGIE – La SESAMOIDITE è un dolore che si manifesta intorno a due piccole ossa (i sesamoidi) che si trovano sotto la testa metatarsale dove questa si articola con l’alluce (prima testa metatarsale).

  • I sintomi includono dolore camminando e indossando alcuni tipi di scarpe
  • La diagnosi si basa sull’esame obiettivo del piede
  • Le ortesi e scarpe nuove possono aiutare ad alleviare il dolore

 

La sesamoidite è una causa comune di dolore al metatarso (metatarsalgia). La sesamoidite è generalmente dovuta a un trauma ripetuto. A volte l’osso è fratturato oppure l’osso o i tessuti circostanti sono infiammati. Un cambiamento nella struttura del piede può talvolta lussare i sesamoidi e provocare dolore.

La sesamoidite è particolarmente comune tra chi balla, chi pratica jogging e i soggetti con arco plantare molto pronunciato o che indossano spesso tacchi alti. Molte persone con alluce valgo soffrono di sesamoidite.

 

(di staff PhisioVit)

La più recente definizione di dolore è stata data da IASP – International Association for the Study of Pain, che ne ha parlato come “un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a un danno tissutale reale o potenziale, o descritta in termini di tale danno“. Emerge immediatamente come il danno tissutale non sia necessariamente presente quando una persona prova dolore.

Partendo da questo assunto, si è così cercato di classificare il dolore, tipizzandolo non solo in letteratura, ma anche nel linguaggio comune. I principali tipi di dolore con cui possiamo avere a che fare sono quelli nocicettivi, infiammatori, neuropatici, nociplastici o misti. In questo articolo ci concentreremo maggiormente sul dolore nocicettivo e neuropatico centrale e periferico.


Il Dolore Nocicettivo

La nocicezione è un supporto fondamentale per i sistemi viventi, grazie ad essa maggior parte degli organismi si può rendere conto di essere in pericolo oppure no. Con questo meccanismo il sistema nervoso centrale delle forme viventi evolute ha potuto fare esperienza ed apprendere, evolvendosi. Se poniamo un dito su una spina, infatti, ci pungiamo provando dolore, ma proprio grazie al nostro sistema nervoso allontaniamo il dito per via riflessa: quindi non proviamo più dolore. In virtù di questo gesto, preveniamo il danno e impariamo da questa spiacevole esperienza, difendendo il corpo da futuri eventi.

La definizione di dolore nocicettivo della IASP – International Association for the Study of Pain –  è “il dolore che deriva da un danno reale o di minaccia al tessuto non neurale ed è dovuto dall’attivazione dei nocicettori“. Nel caso di questo dolore possiamo concludere che il tessuto neurale è tendenzialmente sano e che la trasmissione del segnale è fisiologicamente normale; quello che innesca il dolore è lo stimolo dei nocicettori, terminazioni nervose specializzate presenti sia a livello somatico che viscerale.

Una volta attivati i nocicettori, l’impulso corre nelle fibre A-delta o nelle fibre C, con informazioni dirette al sistema nervoso centrale: in questo momento specifico non possiamo ancora parlare di dolore, poiché l’informazione nocicettiva potrebbe non corrispondere alla percezione di dolore. Al contrario, è doveroso ricordare che si può percepire dolore anche in assenza di segnale nocicettivo.

Una volta giunta al cervello, l’informazione precedentemente modulata viene elaborata e interpretata; solo in questo momento può finalmente manifestarsi quella fase finale nota come percezione.

Ma il dolore non è nocicezione: non c’è una causa-effetto diretta fra loro, essi sono però correlati e concorrono a generare un pattern dolorifico. Possiamo così affermare, senza timore di smentita, che il dolore non è causato dalla nocicezione dato che una persona può provarlo anche in sua assenza.

Alla stessa maniera, la nocicezione non sempre è causa di dolore in quanto un individuo può avere una lesione senza provare dolore. Da qui un primo assunto che pone il dolore in correlazione con la nocicezione o, se il lettore preferisce, in rapporto con la nocicezione, ma anche che grazie alle conoscenze di neurofisiologia e neuroscienze abbiamo imparato a conoscere diversi pattern, che ci spiegano numerosi meccanismi di facilitazione e di inibizione del dolore.


Il Dolore Neuropatico

Fra le tipologie di dolore che abbiamo citato in precedenza, troviamo il dolore neuropatico. Sempre la IASP – International Association for the Study of Pain – lo definisce come “dolore conseguente a una lesione primaria o una patologia che colpisce il sistema somatosensitivo“.

Una prima fondamentale differenziazione del dolore neuropatico va fatta tra:

  • Centrale
  • Periferico

Parliamo di dolore neuropatico centrale quando è secondario a un danno a livello corticale o midollare, di contro parliamo di dolore neuropatico periferico quando originato da un danno al nervo periferico, al plesso, al ganglio della radice dorsale o alla radice stessa.

Il dolore neuropatico proviene così da un danno o da un insulto alle vie nervose in qualsiasi punto, dalle terminazioni dei nocicettori periferici ai neuroni corticali nel cervello. Nel dolore neuropatico il danno tissutale colpisce direttamente il sistema nervoso, causando la generazione di scariche ectopiche che aggirano la trasduzione diretta con la presenza di attività residua anche a stimolo cessato. Il nervo diventa così esso stesso stimolo al dolore.

Sono molti i fattori che agiscono sulla percezione del dolore neuropatico e spesso si influenzano vicendevolmente: quando abbiamo una lesione o una compressione nervosa, inizia la liberazione nel sito di tutti i mediatori dell’infiammazione con annessa cascata infiammatoria. Questa dà il via, in un primo momento, a una sensibilizzazione periferica cui il nostro corpo risponde liberando altri mediatori dell’infiammazione, che possono quindi sensibilizzare non solo le fibre adiacenti e aumentare lo stato infiammatorio, ma anche contribuire, con la nocicezione e tramite complessi meccanismi, a fare da trigger per una sensibilizzazione centrale o periferica (con le quali tuttavia il dolore neuropatico e nocicettivo non vanno confusi).

La sensibilizzazione centrale si esplica in un aumento della reattività dei neuroni nocicettivi del sistema nervoso centrale, al loro input afferente normale oppure sotto soglia.

Sappiamo che il neurone di secondo ordine può rimanere sensibilizzato quando riceve stimoli intensi, duraturi e ripetuti: ma cosa succede al neurone di primo ordine se subisce dei cambiamenti? L’insieme dei cambiamenti che avvengono nei neuroni di primo ordine prende il nome di sensibilizzazione periferica.

Il neurone di primo ordine è il neurone sensoriale primario. La sua estremità periferica costituisce il recettore sensoriale: di conseguenza, questo neurone risponde agli stimoli e trasmette al sistema nervoso centrale informazioni codificate. Il neurone di secondo ordine si trova in genere nel midollo spinale o nel tronco cerebrale; riceve informazioni dai neuroni di primo ordine e le trasmette al talamo. Qui, le informazioni possono subire una prima elaborazione ad opera dei circuiti nervosi locali.

 

Conclusioni

Ciò detto, si comprenderà come il dolore non sia un fenomeno mediato da una causa effetto anatomica e fisiologica, ma come si debba piuttosto inquadrare in una complessa esperienza personale all’interno di un vissuto strettamente individuale. Se infatti un danno del nervo periferico puó causare dolore e un danno del sistema nervoso centrale puó causare dolore, un danno del nervo periferico causa spesso una sensibilizzazione periferica e centrale. Sovente inoltre, sottendono a questi schemi traumi psicologici che slatentizzano o esacerbano questi meccanismi agendo da boost.

Partendo in ultima analisi da una vecchia definizione di dolore… “una inferenza percettiva, tale per cui l’esperienza viene considerata un output che arriva alla percezione consapevole, questo riflette la migliore ipotesi di stima rispetto a quale potrebbe essere la risposta più vantaggiosa. La tendenza è verso l’errore nella direzione della protezione” (Moseley and Butler, 2015b)

Siamo arrivati ad una nuova definizione di dolore … “il dolore esiste quando le prove credibili del pericolo sono preponderanti sulle prove credibili a favore della sicurezza. Il dolore non si manifesta quando le prove credibili di sicurezza sono preponderanti sulle prove credibili di pericolo.” The Protectometer (Butler and Moseley, 2016)

 

(di staff PhisioVit in collaborazione con NOI – Neuro Orthopaedic Institute)

Tendinopatia

La tendinopatia rotulea è la manifestazione clinica del dolore e della disfunzione associata nelle persone con una patologia tendinea di fondo. Colpisce principalmente gli atleti che ricorrono ad attività ripetute con accumulo e rilascio di energia nel tendine.

Un aumento del carico improvviso o cronico relativamente alla capacità di tolleranza del tendine rotuleo provoca l’insorgenza dei sintomi. Quindi, la tendinopatia rotulea è una patologia degenerativa del tendine che si pensa sia dovuta a un overuse strutturale. Questa problematica può avere un impatto notevole sulla carriera degli atleti, con fino a 1/3 dei giocatori diagnosticati che non è in grado di tornare allo sport per più di 6 mesi e più della metà di quest’ultimi costretti a interrompere la carriera sportiva.

Per comprendere meglio l’impatto di questa patologia tendinea e intraprendere interventi preventivi efficaci, le attività di ricerca dovrebbero avere origine dai risultati di studi epidemiologici affidabili ed aggiornati. Pertanto, è stata condotta una revisione sistematica di tutta la letteratura scientifica pubblicata sull’argomento. Sono stati inclusi rapporti epidemiologici di qualsiasi livello di evidenza e studi clinici che riportano dati di incidenza o prevalenza, scritti in lingua inglese.

Gli endpoint primari erano la prevalenza e l’incidenza della tendinopatia rotulea nei pazienti sportivi, quelli secondari invece la prevalenza e l’incidenza della tendinopatia rotulea nei sottogruppi di atleti in base a sesso, età, tipo e livello di sport praticato, nonché nella popolazione generale. Questa meta-analisi ha quindi effettuato una quantificazione dell’impatto del tendinopatia rotulea sia nella popolazione generale che nei pazienti sportivi, includendo 28 studi per un totale di oltre 28.000 partecipanti selezionati per l’indagine qualitativa e quantitativa.

La popolazione generale e quella degli atleti hanno riportato una prevalenza complessiva di tendinopatia rotulea rispettivamente dello 0,1% e del 18,3%. Tra gli atleti è emersa essere pari all’11,2% nelle donne e del 17,0% negli uomini. La prevalenza della tendinopatia rotulea nei soggetti di età inferiore ai 18 anni è risultata del 10,1%, mentre negli adulti più del doppio con un 21,3%. Gli atleti d’élite sono esposti ad un volume di carico complessivamente più elevato e sono quindi a rischio di sviluppare maggiormente questa patologia. Allo stesso tempo, si allenano quasi tutti i giorni quindi incrementano la tolleranza al carico dei loro tendini.

Sessioni di allenamento continue e gare adeguatamente pianificate in modo progressivo aumentano la capacità specifica del tendine di resistere alle esigenze dell’allenamento e delle competizioni. Atleti dilettanti e semi-professionisti possono essere più esposti invece a picchi di carico che potrebbero verificarsi in contesti non d’élite con una pianificazione dell’allenamento talvolta meno progressiva. Ciò può esitare in un tasso maggiormente elevato di tendinopatia rotulea.Questo detto, la prevalenza della tendinopatia rotulea è risultata essere del 6,1% nei giocatori di calcio, del 20,8% nei giocatori di basket e del 24,8% nei giocatori di pallavolo, evidenziando un impatto maggiore negli sport di balzo.

La diagnosi di questa patologia è complessa in quanto non esistono test gold standard. La disorganizzazione strutturale rilevabile nell’imaging diagnostico mostra un quadro patologico che tuttavia potrebbe non essere collegato ai sintomi, e i test diagnostici possono provocare dolore ma la sua fonte può essere in svariate strutture.

Negli studi inclusi sono stati utilizzati approcci eterogenei per la diagnosi della tendinopatia rotulea. In particolare, sono stati riscontrati valori di prevalenza più elevati quando la diagnosi di tendinopatia rotulea è stata formulata tramite questionari compilati dai pazienti rispetto alla valutazione clinica. Questa revisione sistematica ha dimostrato che la tendinopatia rotulea è un problema comune nella popolazione sportiva maschile e femminile, mentre risulta trascurabile nella popolazione complessiva.

La prevalenza negli sportivi di sesso maschile è risultata elevata, ma anche le atlete ne sono significativamente colpite. Anche l’età influisce, con gli sportivi di maggiore età che presentano valori doppiamente più elevati rispetto ai minorenni, così come il tipo di sport, con i cestisti e ancora di più i pallavolisti che sono risultati più colpiti da questa patologia.

(anteprima dell’abstract dello studio di Nutarelli S. et al. Epidemiology of patellar tendinopathy in athletes and general population: a systematic review and meta-analysis. 2023, approvato per pubblicazione su rivista scientifica)

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(di Sebastiano Nutarelli, PhD student, MS Biomechanics, Sports PT, Clinical Researcher)

Parliamo di pavimento pelvico perché la sua alterazione può provocare sintomi in un’area particolarmente intima e delicata; questi possono alterare, talvolta in modo significativo, la qualità di vita di chi ne soffre, peggiorandola profondamente, anche in aspetti molto importanti.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo innanzitutto di capire che cos’è il pavimento pelvico e a cosa serve: costituito da tessuto muscolare e connettivale, la zona coincide con l’area genito-urinaria anale e rappresenta la chiusura inferiore del bacino.

In questa parte, al di sotto di pelle e mucose, sono presenti piccoli muscoli, distribuiti su tre strati, uno più profondo rispetto all’altro, che costituiscono un sistema di sostegno. Questa struttura, spesso paragonata ad un’amaca, è tesa tra pube anteriormente e coccige posteriormente, mentre lateralmente si attacca su altri muscoli, come l’otturatore interno. Al di sopra ad essa appoggiano direttamente i visceri pelvici, che sono rispettivamente vescica e uretra, utero e canale vaginale, retto e canale anale.

I muscoli del pavimento pelvico risentono quindi degli aumenti di peso e di pressione sovrastanti: i primi riguardano il peso extracorporeo, e cioè tutto ciò che noi afferriamo con le mani il cui peso grava anche sulla zona genito-urinaria-anale, e il peso intracorporeo, dato dagli aumenti di peso, come accade durante la gravidanza. Gli aumenti di pressione sono determinati dalla discesa verso il basso del diaframma respiratorio durante ogni inspirazione, ma soprattutto dalla contrazione dei muscoli addominali, come accade durante l’attività motoria della vita quotidiana, o eventi che particolarmente attivano tali muscoli, come tossire o starnutire. In questi casi, i muscoli del pavimento pelvico devono contrarsi per favorire una corretta direzione della pressione addominale verso l’alto.

Oltre a ciò, comprendiamo le altre funzioni del pavimento pelvico in riferimento al fatto che i canali (uretra, canale vaginale nella donna, canale anale) attraversano questo strato muscolare per uscire all’esterno. In particolare, intorno a questi, che di fatto collegano gli organi con l’esterno, le fibre muscolari, stringono maggiormente l’uretra e il canale anale (fibre circolari dette sfinteri), e meno il canale vaginale; intorno a quest’ultimo i muscoli creano una fisiologica resistenza durante i rapporti sessuali e durante il parto.

Il tessuto connettivo appartenente al pavimento pelvico riveste i visceri pelvici e li sospende alle ossa, costituendo di fatto un sistema di sospensione. A seconda del viscere di riferimento, il connettivo prende diversi nomi, come ad esempio legamento cardinale, legamenti pubo-uretrali, e così via.

Così i muscoli del pavimento pelvico partecipano a più funzioni: urinaria, ano rettale, sessuale, riproduttiva, della statica pelvica e biomeccanica. La salute di questi muscoli è importante quindi per preservarle tutte.

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(di Arianna Bortolami, fisioterapista e consulente in sessuologia)